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La pianura, una famiglia stretta, lontane impronte francesi e argentine: questo è il retroscena del suo sguardo sopra il mondo. Scatti di ambienti concreti oltre una luce grezza. Non si tratta di premere un pulsante e bloccare un’immagine, ma restituire – non solo con la vista, ma con odori e sapori –  le circostanze. 

Enrico fotografa dal 1996, ha iniziato a scattare con una topoclick e progetta da sempre con un trattopen nello zaino.

Dalle sue espressioni si intuisce quando percorre una scala di pensieri cromatica, sonora o poetica, forse perché apprezza la fermezza ma gli piace muoversi, oppure perché a ogni domanda ha risposte impreviste.  

Davvero suoni il piano? Ho perso la mano sinistra, ma c’è ancora quella destra.

Come i bambini, Enrico si distrae. Sembra trascorrere il 90% della giornata a disperdersi e il 10% a produrre. Tutte le volte quando inizia un’idea si trova per le mani, alla fine, un’idea diversa, legata più a dettagli che si muovono con la forza del ricordo. Ha un debole per le agende ma non sa tenerne una. Legge Ettore Sottsass, guarda Luigi Ghirri, ascolta Paolo Conte. Lavorare sugli archivi ha aperto il desiderio di vivere altri tempi. Le cose nuove non gli piacciono, ma non ripiega le pagine dei libri. Se potesse metterli tutti dritti sugli scaffali con la copertina in vista sarebbe felice, al contempo vorrebbe rivestirli, per non afferrare la sostanza prima di scoprirlo mano a mano. 

Tutto sommato, Enrico lo direbbe con le parole di Rossellini “sto cercando un’immagine semplice per mostrare senza dimostrare.”